17 febbraio 2011

Cucina all'italiana


Se vi aspettate un piatto di spaghetti al pomodoro siete fuori strada. Lo stereotipo va bene per i turisti, ma noi ci possiamo anche aggiornare, no? Quell'Italia lì esiste solo nei film: io cuochi con i baffi non ne ho mai conosciuti, e la pasta la mangio un paio di volte alla settimana, se va bene.


Oggi ho pranzato tardi ‒ o dovrei dire in ritardo? ‒ dopo aver fatto talmente tardi per un appuntamento con un amico, da aver annullato l'appuntamento ben oltre l'ultimo momento, quando già ero in ritardo ed ero ancora a casa anziché dove avrei dovuto essere. Alla fine ho pranzato alle tre e qualcosa, quando tutti sono già a lavoro o a studiare o ‒ i più fortunati ‒ a farsi una pennichella sul divano.


Il mio pranzo tipicamente italiano è stato ‒ come dire? ‒ a cazzo di cane. Avevo delle patate lesse in frigo; ne ho prese un paio, le ho sbucciate senza fare troppo il precisino e le ho fatte a pezzi in un piatto. Poi ho preso una scatoletta di tonno. Erano mesi che non mangiavo tonno, ma l'ultima volta che sono stato alla Coop non sapevo proprio come spendere quegli 80 cent. e ho preso questa scatoletta gialla di non ricordo che marca ‒ diceva Prezzo più basso, e tanto è bastato a convincermi a prendere quella. Dunque ho aperto la scatoletta e ho sgocciolato l'olio in una bottiglia in cui raccolgo l'olio usato. Sì, non butto l'olio nel lavandino o nel cesso: lo raccolgo. Ci tengo all'ambiente, faccio la raccolta differenziata, evito le cose che hanno troppo packaging attorno e raccolgo l'olio usato. Ora non so se l'olio del tonno si può raccogliere insieme all'olio fritto, ma trattandosi di cucina all'italiana ho scrollato le spalle e mi sono detto: «Chi se ne frega». L'importante è che non finisca nelle tubature, no? Non lo so, penso che sia così. Poi un giorno, quando la bottiglia sarà piena, la porterò da qualche parte e Loro con quell'olio ci faranno non so cosa. Non sono affari miei: se la vedranno Loro. Tanto poi nella bottiglia ci è finita anche qualche cipollina soffritta, figurati se stanno a guardare che ho mischiato l'olio del tonno e l'olio fritto. Se è per questo ho mischiato anche olio di semi e olio d'oliva ‒ ma solo una volta. Non è colpa mia, sono in buona fede anche se non lo so. La legge non ammette ignoranza, ma l'italiano non ammette la colpa. In tutto questo ho trovato suggestivo il silenzio, il buio del pomeriggio senza sole, la lucetta della cucina accesa, la solitudine e il suono dell'olio del tonno che gorgogliava nell'imbuto ‒ tutte cose tipicamente italiane, sicuramente molto più del mandolino. Ma questo è niente.


Sgocciolata l'ultima goccia ‒ anzi, sgocciolata quasi l'ultima goccia, perché la scatoletta suggeva ancora olii d'oliva poco naturali, ma «Chi se ne frega», il grosso era fatto ‒ la apro e con il coltello spingo il tonno nel piatto. Ne metto metà nel piatto e salta fuori che sotto il tonno c'era ancora un grosso giacimento d'olio. Non mi stupisco: sono abituato a sapere che sotto i tappeti ci posso trovare la polvere, figurati se mi stupisco di trovare l'olio sotto il tonno. Così senza pensarci troppo riporto la scatoletta sull'imbuto, la inclino per versare tutto quell'olio e la metà tonno che era ancora nella scatoletta fa un guizzo dritta nel lavandino, centrando un bicchiere che era sporco da due giorni. Ci avevo bevuto del succo di pompelmo e non l'avevo lavato. Mi ero detto: «Chi se ne frega», lo laverò domani, lo laverò quando ci sarà più roba da lavare, e intanto il lavandino si era riempito anche di una pentola, delle posate e un paio di tazzine da caffè. Per fortuna ha preso il bicchiere: era la cosa più pulita che c'era, e che faccio?, raccolgo l'olio del tonno per non buttarlo nel lavandino, e poi ci butto il tonno sano? No: recupero il tonno, o almeno quello che riesco a recuperare infilando le dita nel bicchiere (alto e stretto). Un po' ne resta sul fondo, un altro po' è finito nel lavandino, tra polvere di caffè umidiccia e altre schifezze. Sì, quello resta lì: ci penserò dopo.


Cerco di dimenticare in fretta che metà del tonno nel piatto sa di pompelmo e probabilmente di qualcos'altro che è finito in quel bicchiere lasciato all'incuria. Ci metto sopra un filo d'olio crudo, un pizzico di sale e uno spicchio d'aglio tritato alla buona. Chissà se esiste una ricetta così, o se è davvero un piatto alla cazzo, mi chiedo. Ma in fondo non è importante: cos'è l'italian style, il made in Italy, il tanto celebrato genio italico, se non una combinazione di «Chi lo sa» e «Chi se ne frega» che qualche volta ha funzionato e il più delle volte ha combinato guai? Ci vuole fortuna. E c'è forse qualcosa di più italiano della fortuna? L'idea che le cose vadano sempre e comunque come devono andare, che in fondo, davanti a qualsiasi problema si può sempre rispondere: «E io che ci posso fare?», perché se le cose vanno male che ci posso fare?, siamo sfortunati, ma la ruota gira per tutti. In Nord-Europa e in Nord-America la dea bendata è la Giustizia, invece da noi è la Fortuna. Curioso, no?


Intanto piove. Dovevo uscire, avevo un appuntamento per pranzo, dovevo andare in biblioteca a studiare, ma sono pigro e piove. Governo ladro, come tutti noi ‒ o meglio: come tutti voi, ché io sono onesto e se qualche volta sgarro è solo perché fanno tutti così e non sono un ladro, ma qua nessuno è fesso. Mi verso un bicchiere di vino rosso ‒ questo sì, è uno stereotipo ‒ e mangio questa ciambotta fredda e nonostante tutto un po' insipida. La accompagno con del pane tipo pane del Mulino Bianco, ma diverso. La confezione si vanta di contenere del pane fatto senza grassi animali, e mi chiedo chi diavolo fa il pane coi grassi animali, ma non mi stupisco che se ne trovi in giro. Forse da qualche parte, in Padania, è anche una cosa normale: lì usano il burro per tutto. Al Sud, invece, il burro si usa solo per sfizio. Incredibile questo non conoscersi per niente, dopo 150 anni di convivenza, e scoprirsi a dubitare degli altri sulle cose quotidiane come il pane: ci credo che poi ci si guarda tutti con sospetto. E spesso a pensar male non si sbaglia, disse il Divo Giulio ‒ forse il più italiano dei Presidenti del Consiglio, sicuramente uno che degli italiani aveva capito tutto.

Dopo mangiato lavo i piatti, ma prima metto a fare il caffè. Un impeto di buona volontà una tantum ci sta, è molto italiano. Come manifestare per le donne o per il lavoro o contro il presidente: una tantum ci sta, il sabato o la domenica pomeriggio, ma poi lasciatemi in pace, che ho da fare, di 'ste cose non ne voglio sapere ‒ non sono femmina, il lavoro vedrai che si trova e il presidente facesse quello che vuole, «Chi se ne frega», pensa alla salute, che solo quella è importante. Resta da lavare solo il bicchiere del vino, ma è uscito il caffè. Il bicchiere lo laverò dopo. Cosa ho mangiato?, mi chiedo. Curioso, non me lo ricordo. Pazienza, beviamoci 'sto cafè, e chi se ne frega.

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