Ieri era il compleanno del mio coinquilino e ‒ sempre ieri ‒ ancora coltivavo la pia illusione di poter scrivere 40 mila battute per un esame in meno di 48 ore, così ho lasciato la cucina nelle sue mani.
Il festeggiato ha preparato un piatto indiano di cui si favoleggiava da un mesetto (lui ama programmare: già un mese fa aveva deciso che ieri avremmo mangiato il piatto indiano che aveva imparato a cucinare). Lo abbiamo consumato, insieme ad altri amici, seduti a terra in piazza San Francesco, come si usa fare tra i giovani qui a Bologna, con molta birra e molto vino e un dolce strano di cui magari scriverò un'altra volta. Dunque questa non è una vera e propria ricetta, ma la ricetta a cui sono riuscito a risalire osservando e gustando (a proposito, era buono, bravo coinquilino!).
Da quello che ho capito la ricetta per otto persone è più o meno così: si fa bollire mezzo chilo di riso basmati in una pentola, mentre in una padella imburrata si fanno saltare un altro mezzo chilo di petto di pollo a pezzi, carote tagliate a filetti in abbondanza, e credo nient'altro. Da qualche altra parte (un'altra padella, immagino) intanto bisogna far tostare le mandorle spellate. Poi si mette tutto in una scodella gigante, si mescola per bene e si lascia raffreddare in frigo. Non fate come il mio coinquilino, che ha preparato tutto mezz'ora prima di uscire, e poi ha dovuto portarsi in giro la scodella rovente con quel caldo che faceva.
Ah, ecco, in padella c'era dell'altro. Incuriosito dal piatto indiano, ho chiesto se ci fosse anche qualche spezia particolare ‒ curry, coriandolo... Candidamente (e con l'accento napoletano) il coinquilino mi ha risposto: «Sì, certo! Ci ho messo la cannella! Ma poca, neanche si sente!»
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26 maggio 2011
3 maggio 2010
La caprese senza pomodoro e senza mozzarella
Non li vuoi più fare tu i dolci ai cucinamenti di gruppo. Per loro ovvia natura arrivano sempre in fondo al pasto, quando tutti sono pieni e piuttosto che mangiare ancora preferiscono lavare i piatti e pulire i pavimenti, cosa che del resto dovrebbe farti pensare. Comunque tu la prossima volta porti il pane o un antipasto, così sei sicura che nessuno fugga con una scusa adatta.
Tzè, alla fine comunque, dopo aver tanto insistito, strillato, pestato i piedi, l'han mangiata tutti la tua torta caprese, che non ci avevi messo dentro né il pomodoro, né la mozzarella, ma mandorle in polvere, una gran quantità di uova, zucchero, fecola (solo un po'), mezzo bicchiere di olio di riso, cedro candito (un po' dentro e un po' sopra, per decorare, solo al momento di servire), la scorza grattugiata di tutto un limone e lievito quanto basta. Farina non ce n'è. Celiaci di tutto il mondo abbuffatevi.
Schiaffata dentro un forno sconosciuto, incrociando le dita e tirando fuori al momento perfetto, quando mai ti ricapita? Zucchero a velo per spolverare.
Tzè, alla fine comunque, dopo aver tanto insistito, strillato, pestato i piedi, l'han mangiata tutti la tua torta caprese, che non ci avevi messo dentro né il pomodoro, né la mozzarella, ma mandorle in polvere, una gran quantità di uova, zucchero, fecola (solo un po'), mezzo bicchiere di olio di riso, cedro candito (un po' dentro e un po' sopra, per decorare, solo al momento di servire), la scorza grattugiata di tutto un limone e lievito quanto basta. Farina non ce n'è. Celiaci di tutto il mondo abbuffatevi.
Schiaffata dentro un forno sconosciuto, incrociando le dita e tirando fuori al momento perfetto, quando mai ti ricapita? Zucchero a velo per spolverare.
31 gennaio 2010
la pillola indorata (ovvero come convincere una faraona ad esserepiccione)
il fatto è che a marrakech i marocchini sono berberi, e non arabi. e comunque i marocchini non hanno nulla a che vedere con gli egiziani dei faraoni, quantomeno per una notevole distanza storica oltre che fisica.
il tutto per dire che per fare la pastilla (che ovviamente si pronuncia pastiglia, come l'aspirina) è consigliabile aver fatto duemila chilometri a zonzo per l'atlante marocchino e retrostante deserto, poi tornare a marrakech, cercare la famosa pastilla di marrakech di piccione, e non riuscire a trovarne altre che di volgarissimo pollo. il che fa capire che è una cosa buona, ma che si dà per scontato che ai turisti occidentali il piccione faccia schifo. dopotutto li allevano sulle guglie del duomo, e con tutte le maledizioni che gli tirano i milanesi non possono che essere indigesti.
insomma, com'è e come non è, alla fine per provare a ripetere l'esperienza ripiego su una nobile faraona, ma per convincerla che fare il piccione non la sminuisce affatto, devo donarle un mare di spezie. per cui il pollivendolo la fa a pezzi con rispetto, io la massaggio dolcemente con una cipolla bella grossa tritata fine, una manata abbondante di prezzemolo tritato, e un intruglio fatto di olio, due dosi di zafferano, una sgrattatona di coriandolo (secco, perché al super ho trovato quello). ma sgrattatona è una roba grossa, eh. e pure una sgrattatona di zenzero fresco, tipo un bel tocco che se ne va in poltiglia. sale a piacere e pepe come se piovesse, e due stecche di cannella. poi la regola vuole che la regina se ne stia a riposo in frigo per una notte, ma si sentirebbe abbandonata e quindi me ne frego: intanto che si convince a insaporirsi trito due o tre etti di mandorle, di quelle già in scaglie che è più comodo. le metto in padella con un tocco di burro e le faccio dorare. quando si raffreddano ci spargo una manata di zucchero a velo e un'abbondanza di cannella in polvere. tutto bello ricco, che alle faraone non bisogna far mancare nulla.
finalmente arriva il suo momento. pentolone, olio caldo, e dentro a rosolare i quarti di nobiltà. con tutta la pelle che è il sapore, mi raccomando. quando è rosolata ci aggiungo tre quarti di litro di brodo (dicono di pollo, ma va benone il vegetale - quello senza glutammato così non fa venire il tumore), altre due dosi di zafferano, un'altra macinata di coriandolo e altro zenzero, questa volta in polvere. e la lascio lì a bollicchiare per un'ora. poi tolgo la faraona dalla pentola, ma lascio il sugo di cottura sul fuoco, aggiungendo il succo di mezzo limone. lo faccio ridurre, poi aggiungo una chiara d'uovo montata a neve, e mescolo dolcemente fino ad ottenere una crema.
a questo punto l'immaginazione supera la realtà. dopo la prima esperienza decido che la torta è troppo complicata da preparare e da mangiare, e che il post sarebbe troppo lungo. allora nel sonno la faraona da antipasto diventa una pietanza. la prossima volta dopo la cottura la terrò al caldo intanto che faccio la salsa.
servirò la faraona, che a questo punto sarà convinta che essere piccione è una cosa buona, con la salsa accanto, la granella di mandorle sparsa sopra, e il resto del piatto sventolato di zucchero a velo e cannella in polvere.
il tutto per dire che per fare la pastilla (che ovviamente si pronuncia pastiglia, come l'aspirina) è consigliabile aver fatto duemila chilometri a zonzo per l'atlante marocchino e retrostante deserto, poi tornare a marrakech, cercare la famosa pastilla di marrakech di piccione, e non riuscire a trovarne altre che di volgarissimo pollo. il che fa capire che è una cosa buona, ma che si dà per scontato che ai turisti occidentali il piccione faccia schifo. dopotutto li allevano sulle guglie del duomo, e con tutte le maledizioni che gli tirano i milanesi non possono che essere indigesti.
insomma, com'è e come non è, alla fine per provare a ripetere l'esperienza ripiego su una nobile faraona, ma per convincerla che fare il piccione non la sminuisce affatto, devo donarle un mare di spezie. per cui il pollivendolo la fa a pezzi con rispetto, io la massaggio dolcemente con una cipolla bella grossa tritata fine, una manata abbondante di prezzemolo tritato, e un intruglio fatto di olio, due dosi di zafferano, una sgrattatona di coriandolo (secco, perché al super ho trovato quello). ma sgrattatona è una roba grossa, eh. e pure una sgrattatona di zenzero fresco, tipo un bel tocco che se ne va in poltiglia. sale a piacere e pepe come se piovesse, e due stecche di cannella. poi la regola vuole che la regina se ne stia a riposo in frigo per una notte, ma si sentirebbe abbandonata e quindi me ne frego: intanto che si convince a insaporirsi trito due o tre etti di mandorle, di quelle già in scaglie che è più comodo. le metto in padella con un tocco di burro e le faccio dorare. quando si raffreddano ci spargo una manata di zucchero a velo e un'abbondanza di cannella in polvere. tutto bello ricco, che alle faraone non bisogna far mancare nulla.
finalmente arriva il suo momento. pentolone, olio caldo, e dentro a rosolare i quarti di nobiltà. con tutta la pelle che è il sapore, mi raccomando. quando è rosolata ci aggiungo tre quarti di litro di brodo (dicono di pollo, ma va benone il vegetale - quello senza glutammato così non fa venire il tumore), altre due dosi di zafferano, un'altra macinata di coriandolo e altro zenzero, questa volta in polvere. e la lascio lì a bollicchiare per un'ora. poi tolgo la faraona dalla pentola, ma lascio il sugo di cottura sul fuoco, aggiungendo il succo di mezzo limone. lo faccio ridurre, poi aggiungo una chiara d'uovo montata a neve, e mescolo dolcemente fino ad ottenere una crema.
a questo punto l'immaginazione supera la realtà. dopo la prima esperienza decido che la torta è troppo complicata da preparare e da mangiare, e che il post sarebbe troppo lungo. allora nel sonno la faraona da antipasto diventa una pietanza. la prossima volta dopo la cottura la terrò al caldo intanto che faccio la salsa.
servirò la faraona, che a questo punto sarà convinta che essere piccione è una cosa buona, con la salsa accanto, la granella di mandorle sparsa sopra, e il resto del piatto sventolato di zucchero a velo e cannella in polvere.
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