Per fare la cipollata per prima cosa affetti le cipolle, con quella cosa che le affetta sottili sottili.
Poi, mentre piangi, le butti nell'acqua bollente un attimo perchè pare che così le digerisci più facilmente.
Quindi butti le cipolle, tagliate e sbollentate un attimo, in una padella antiaderente dove l'olio d'oliva ha cominciato a soffriggere un po'.
Aggiungi un po' d'acqua bollente e fai andare a fuoco lento per tanto tempo. Sta attento, le cipolle devono quasi stufare, mai friggere.
Quando ti sembrano abbastanza cotte (io intendo quasi spappolate), aggiungi la conserva di pomodoro, qualche cappero e un paio di foglie di alloro.
Continui a far cuocere.
Infine mangi una cipollata che ai miei amici, e a me, è sembrata buonissima.
(Mentre la porti a tavola puoi cantare "La moje che vvo' beeeeeeene allu marite, la sere i fa'rtruvàààààà la cipullate". Non so da dove arriva questa cosa, ma, ecco, i miei amici l'hanno cantata).
Ops... mi sono scordata il sale q.b.!
Visualizzazione post con etichetta 40enneisterica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 40enneisterica. Mostra tutti i post
8 ottobre 2011
11 novembre 2010
Ok, ci riprovo
Pensavo di aver pubblicato un post in cui dicevo del timballo, il timballo abruzzese.
Ma non capisco dove si è perso.
Quindi lo riscrivo.
E' che ho fatto il compleanno, un compleanno palindromo, e bisognava festeggiare, quando mi ricapita un compleanno palindromo?
Ho invitato un po' di gente ed ho deciso di fare una cosa semplice, il timballo.
"Il timballo non è semplice!" ha detto mia madre.
Ma io non le ho dato retta. Del timballo mi piaceva l'idea che lo metti in forno e quello se ne sta lì a cuocere per un'ora poco più, da solo, mentre tu fai altro, che so, apparecchi la tavola, decori il camino con delle zucche e delle foglie di vite, pulisci il bagno... e quando arrivano gli ospiti lo tagli e lo metti nei piatti e ti siedi con gli altri a mangiare e chiacchierare.
"Comincia presto!" ha detto mia madre "A fare il timballo ci vuole tempo! Comincia a fare il sugo, subito!". Mi sembrava esagerata, mia madre, erano le due del pomeriggio, diciamo che ho aspettato le tre ed ho messo a fare il sugo, il sugo importante, quello con la carne, che deve sobbollire un paio d'ore e schizzare il gas e le piastrelle della cucina.
Alle quattro ho messo a cuocere la carne macinata (soffriggi un po' di cipolla, sedano, carote, butti la carne macinata, poi un po' di vino bianco, infine un po' di sugo, giusto per tingerla un po', la carne).
Nel frattempo ho pulito la cucina - che essendo trenta mq di cucina richiede un po' di tempo.
Alle cinque e mezzo ho cominciato a preparare la sfoglia, ho impastato con queste mie manine d'oro cinque uova di pasta, l'ho tirata con la macchinetta, è stata un'impresa, cazzo!, ci ho impiegato un'ora e qualcosa.
Poi ho tagliato le mozzarelle, grattato il parmigiano, messo a bollire l'acqua.
Alle sette ho cominciato ad assemblare il tutto.
Alle sette e mezzo mi chiama una delle invitate per dirmi che stavano partendo ed in mezz'ora sarebbero stati a casa mia. Non ho detto niente ma ha capito che era meglio se arrivavano alle nove.
Alle otto il timballo era in forno.
Alle nove e mezza faceva la sua bellissima figura dentro i piatti dei miei amici e tutti mi hanno detto che era una capolavoro di timballo - ed era effettivamente buonissimo.
Alle dieci, dopo aver servito il secondo - costatine di maiale al forno con le patate, mi sembrava facile pure quello - sono crollata sul divano.
Alle undici dormivo mentre i miei ospiti mangiavano il dolce che per fortuna aveva fatto mia madre.
Loro, fra una chiacchiera e l'altra, sono andati avanti fino alle due.
Il timballo lo rifaccio, se lo rifaccio, quando compio cinquant'anni.
Ma non capisco dove si è perso.
Quindi lo riscrivo.
E' che ho fatto il compleanno, un compleanno palindromo, e bisognava festeggiare, quando mi ricapita un compleanno palindromo?
Ho invitato un po' di gente ed ho deciso di fare una cosa semplice, il timballo.
"Il timballo non è semplice!" ha detto mia madre.
Ma io non le ho dato retta. Del timballo mi piaceva l'idea che lo metti in forno e quello se ne sta lì a cuocere per un'ora poco più, da solo, mentre tu fai altro, che so, apparecchi la tavola, decori il camino con delle zucche e delle foglie di vite, pulisci il bagno... e quando arrivano gli ospiti lo tagli e lo metti nei piatti e ti siedi con gli altri a mangiare e chiacchierare.
"Comincia presto!" ha detto mia madre "A fare il timballo ci vuole tempo! Comincia a fare il sugo, subito!". Mi sembrava esagerata, mia madre, erano le due del pomeriggio, diciamo che ho aspettato le tre ed ho messo a fare il sugo, il sugo importante, quello con la carne, che deve sobbollire un paio d'ore e schizzare il gas e le piastrelle della cucina.
Alle quattro ho messo a cuocere la carne macinata (soffriggi un po' di cipolla, sedano, carote, butti la carne macinata, poi un po' di vino bianco, infine un po' di sugo, giusto per tingerla un po', la carne).
Nel frattempo ho pulito la cucina - che essendo trenta mq di cucina richiede un po' di tempo.
Alle cinque e mezzo ho cominciato a preparare la sfoglia, ho impastato con queste mie manine d'oro cinque uova di pasta, l'ho tirata con la macchinetta, è stata un'impresa, cazzo!, ci ho impiegato un'ora e qualcosa.
Poi ho tagliato le mozzarelle, grattato il parmigiano, messo a bollire l'acqua.
Alle sette ho cominciato ad assemblare il tutto.
Alle sette e mezzo mi chiama una delle invitate per dirmi che stavano partendo ed in mezz'ora sarebbero stati a casa mia. Non ho detto niente ma ha capito che era meglio se arrivavano alle nove.
Alle otto il timballo era in forno.
Alle nove e mezza faceva la sua bellissima figura dentro i piatti dei miei amici e tutti mi hanno detto che era una capolavoro di timballo - ed era effettivamente buonissimo.
Alle dieci, dopo aver servito il secondo - costatine di maiale al forno con le patate, mi sembrava facile pure quello - sono crollata sul divano.
Alle undici dormivo mentre i miei ospiti mangiavano il dolce che per fortuna aveva fatto mia madre.
Loro, fra una chiacchiera e l'altra, sono andati avanti fino alle due.
Il timballo lo rifaccio, se lo rifaccio, quando compio cinquant'anni.
29 agosto 2010
Io non volevo essere una di quelle donne che prende un uomo per la gola.
Mi sembrava che scrivere un racconto per un uomo, e regalarglielo, fosse un bel regalo, una roba di cui un uomo dovesse essere fiero e contento e grato.
Ma devo dire che le linguine con mazzancolle e zucchine che gli ho preparato l'altra sera, hanno avuto dei commenti più entusiasti.
(ieri sera era lì che mi chiedeva se poteva dire ai suoi amici quanto erano buone le linguine che gli avevo cucinato)
Ma devo dire che le linguine con mazzancolle e zucchine che gli ho preparato l'altra sera, hanno avuto dei commenti più entusiasti.
(ieri sera era lì che mi chiedeva se poteva dire ai suoi amici quanto erano buone le linguine che gli avevo cucinato)
9 agosto 2010
Dall'abruzzo con furore
Per fare questa ricetta ci vuole la padella di ferro, niente teflon o acciaio 18/10 o questa roba moderna, padella di ferro che nel mio dialetto si chiama fressore (e tutte le e sono mute) che è la parola più onomatopeica che conosco.
Mettete nella padella un po' d'olio, non molto, aggiungete un paio di spicchi d'aglio a cui non avete tolto la buccia, e una manciata di peperoni tagliati a listarelle sottili. Fate soffriggere per un po' e quando i peperoni saranno quasi cotti toglieteli e metteteli da parte.
Buttate nella padella quattro pomodori maturi sbucciati e tagliati a pezzettoni (e nel momento in cui i pomodori toccheranno il fondo rovente della padella capirete il perchè del nome in dialetto), alzate la fiamma e mescolate mescolate mescolate per tutto il tempo perchè il pomodoro tende ad attaccare. Dopo una mezz'ora o poco più il pomodoro è quasi cotto, ci ributtate dentro i peperoni, salate, mescolate ancora.
Già così questo piatto è una bontà, poi ci potete rompere dentro un paio di uova e le lasciate cuocere così, abbassando la fiamma e non mescolando più niente.
Si mangia con pane casereccio.
Se provate a farlo con una padella normale il piatto non riesce.
Ah, il piatto si chiama pomodoro cotto nella versione semplice e uova in purgatorio nella versione più elaborata.
Mettete nella padella un po' d'olio, non molto, aggiungete un paio di spicchi d'aglio a cui non avete tolto la buccia, e una manciata di peperoni tagliati a listarelle sottili. Fate soffriggere per un po' e quando i peperoni saranno quasi cotti toglieteli e metteteli da parte.
Buttate nella padella quattro pomodori maturi sbucciati e tagliati a pezzettoni (e nel momento in cui i pomodori toccheranno il fondo rovente della padella capirete il perchè del nome in dialetto), alzate la fiamma e mescolate mescolate mescolate per tutto il tempo perchè il pomodoro tende ad attaccare. Dopo una mezz'ora o poco più il pomodoro è quasi cotto, ci ributtate dentro i peperoni, salate, mescolate ancora.
Già così questo piatto è una bontà, poi ci potete rompere dentro un paio di uova e le lasciate cuocere così, abbassando la fiamma e non mescolando più niente.
Si mangia con pane casereccio.
Se provate a farlo con una padella normale il piatto non riesce.
Ah, il piatto si chiama pomodoro cotto nella versione semplice e uova in purgatorio nella versione più elaborata.
20 luglio 2010
A mia nonna
Si chiama formaggio fritto.
Ma da qualche parte lo chiamano formaggio pastellato, per dargli un tono.
In realtà non ha bisogno di un tono, contiene in sè tutta la dignità dei contadini, non gli servono i fronzoli.
La pastella si fa con un uovo, farina q.b. (quanto mi piace scrivere q.b., suona professionale), acqua q.b., un pizzico di sale, mia nonna ci metteva pure un po' di birra.
Il formaggio deve essere di mucca, o al limite misto (lo specifico perchè qui da me il formaggio è soprattutto di pecora) e deve essere fresco, ma non troppo fresco, io non so neanche se si vende al supermercato un formaggio così, lo compro da una contadina vicino casa, quando non lo fa mia madre.
Tagli una fetta di formaggio spessa mezzo centimetro, la metti nella pastella e poi la metti a friggere in una padella dove hai fatto riscaldare abbondante olio.
Dovresti girarlo una volta sola.
E se ti viene bene e il formaggio è quello giusto, dentro la pastella dovrebbe diventare filante, il formaggio.
Ora vado a farmelo per cena.
Poi, nella stessa pastella, se ti avanza, puoi metterci una fetta di pane.
Il pane fritto ce lo faceva mia nonna, per merenda.
E a volte, con quella pastella, ci faceva le crepes che non si chiamavano crepes ma con una parola che non saprei come scrivere.
(Sono preoccupata, non per il formaggio, sono preoccupata e dovevo dirlo a qualcuno.
Sono preoccupata e quando sono preoccupata penso a mia nonna e alle sue merende quando eravamo bambini.)
Ma da qualche parte lo chiamano formaggio pastellato, per dargli un tono.
In realtà non ha bisogno di un tono, contiene in sè tutta la dignità dei contadini, non gli servono i fronzoli.
La pastella si fa con un uovo, farina q.b. (quanto mi piace scrivere q.b., suona professionale), acqua q.b., un pizzico di sale, mia nonna ci metteva pure un po' di birra.
Il formaggio deve essere di mucca, o al limite misto (lo specifico perchè qui da me il formaggio è soprattutto di pecora) e deve essere fresco, ma non troppo fresco, io non so neanche se si vende al supermercato un formaggio così, lo compro da una contadina vicino casa, quando non lo fa mia madre.
Tagli una fetta di formaggio spessa mezzo centimetro, la metti nella pastella e poi la metti a friggere in una padella dove hai fatto riscaldare abbondante olio.
Dovresti girarlo una volta sola.
E se ti viene bene e il formaggio è quello giusto, dentro la pastella dovrebbe diventare filante, il formaggio.
Ora vado a farmelo per cena.
Poi, nella stessa pastella, se ti avanza, puoi metterci una fetta di pane.
Il pane fritto ce lo faceva mia nonna, per merenda.
E a volte, con quella pastella, ci faceva le crepes che non si chiamavano crepes ma con una parola che non saprei come scrivere.
(Sono preoccupata, non per il formaggio, sono preoccupata e dovevo dirlo a qualcuno.
Sono preoccupata e quando sono preoccupata penso a mia nonna e alle sue merende quando eravamo bambini.)
29 giugno 2010
Quanto è difficile cuocere bene le patate.
Nel mio dialetto si chiamano patate alla cellarotte (le "e" non si pronunciano, sono tutte mute, la "o" è aperta).
L'aggettivo "cellarotte" deriva dal nome di un paese vicino al mio, un paese molto di montagna, carino carino, più famoso per le cantine sotterranee in cui gli abitanti distillano grappe che bevono a fiumi durante le feste, che non per le patate.
Io le chiamo anche patate appiccicate.
Comunque l'altra sera avevo voglia di queste patate appiccicate che sono una variante delle patate fritte.
Allora ho sbucciato due patate, le ho tagliate a fette rotonde sottili - tipo patatine chips, per capirci - le ho tagliate, dicevo con il tagliapatate. A dire il vero ero indecisa se tagliarle col coltello, e in tal caso le fette rotonde vengono un po' più spesse, qualche millimetro, però alla fine ho deciso di usare il tagliapatate che fa le fette sottili sottili, quasi trasparenti, troppo sottili secondo me e mi sono pure affettata un pollice.
Ho messo l'olio nella padella antiaderente, la padella sul fuoco, uno spicchio d'aglio che a me l'aglio piace, e quando l'olio mi sembrava giusto ci ho versato dentro le patate a rondelle.
Ho coperto il tutto con il coperchio e mi sono messa ad aspettare prestando attenzione a quel che facevo perchè ho imparato che il cibo, come gli essere umani, vuole attenzione.
Dopo qualche minuto mi sono accorta che l'olio era tanto, troppo, decisamente troppo.
Ho scolato l'olio in eccesso nel lavandino. Dopodichè è andata meglio.
Le patate appiccicate vanno girate e rigirate.
Si aggiunge il sale quando vi pare.
Poi, quando sono cotte e un po' spappolate (non devono venire croccanti) ci si rompe dentro un uovo o due, si sala anche l'uovo, si gira e si rigira.
Di solito vengono buonissime, ma l'altra sera ho sbagliato con l'olio, di olio ce ne va poco, dice mia madre, perchè altrimenti le patate così sottili se lo bevono tutto.
E un'altra cosa importante non ho capito è come deve essere la fiamma, ho improvvisato, la abbassavo e la alzavo osservando il grado di cottura/bruciacchiatura delle patate.
Insomma, è difficile friggere bene le patate.
(C'è una variante di questa ricetta fatta con le patate lesse avanzate, io ne andavo matta da piccola)
L'aggettivo "cellarotte" deriva dal nome di un paese vicino al mio, un paese molto di montagna, carino carino, più famoso per le cantine sotterranee in cui gli abitanti distillano grappe che bevono a fiumi durante le feste, che non per le patate.
Io le chiamo anche patate appiccicate.
Comunque l'altra sera avevo voglia di queste patate appiccicate che sono una variante delle patate fritte.
Allora ho sbucciato due patate, le ho tagliate a fette rotonde sottili - tipo patatine chips, per capirci - le ho tagliate, dicevo con il tagliapatate. A dire il vero ero indecisa se tagliarle col coltello, e in tal caso le fette rotonde vengono un po' più spesse, qualche millimetro, però alla fine ho deciso di usare il tagliapatate che fa le fette sottili sottili, quasi trasparenti, troppo sottili secondo me e mi sono pure affettata un pollice.
Ho messo l'olio nella padella antiaderente, la padella sul fuoco, uno spicchio d'aglio che a me l'aglio piace, e quando l'olio mi sembrava giusto ci ho versato dentro le patate a rondelle.
Ho coperto il tutto con il coperchio e mi sono messa ad aspettare prestando attenzione a quel che facevo perchè ho imparato che il cibo, come gli essere umani, vuole attenzione.
Dopo qualche minuto mi sono accorta che l'olio era tanto, troppo, decisamente troppo.
Ho scolato l'olio in eccesso nel lavandino. Dopodichè è andata meglio.
Le patate appiccicate vanno girate e rigirate.
Si aggiunge il sale quando vi pare.
Poi, quando sono cotte e un po' spappolate (non devono venire croccanti) ci si rompe dentro un uovo o due, si sala anche l'uovo, si gira e si rigira.
Di solito vengono buonissime, ma l'altra sera ho sbagliato con l'olio, di olio ce ne va poco, dice mia madre, perchè altrimenti le patate così sottili se lo bevono tutto.
E un'altra cosa importante non ho capito è come deve essere la fiamma, ho improvvisato, la abbassavo e la alzavo osservando il grado di cottura/bruciacchiatura delle patate.
Insomma, è difficile friggere bene le patate.
(C'è una variante di questa ricetta fatta con le patate lesse avanzate, io ne andavo matta da piccola)
14 giugno 2010
Dei bisogni
Deve essere che il corpo lo sa da sè di cosa ha bisogno.
Non mi intendo di queste cose, ma deve essere così se ti ritrovi davanti al bancone della macelleria a chiedere una bistecca di vitello.
"Con l'osso" dici e non sai se è una precisazione necessaria perchè le bistecche di vitello di solito le ignori, non ti piacciono, ne stai alla larga, prediligi altro. "Alta almeno due centimetri" aggiungi, altra informazione che non sai se serve.
A casa la tagli a metà perchè mangiarla tutta è un'impresa impossibile per una che ha la taglia trentotto.
Metti a marinare la metà con l'osso nel limone, aggiungi aglio, prezzemolo, erbapepe, rosmarino e un po' (poco) di origano (stai improvvisando, utilizzi gli aromi così come li trovi nell'orto davanti a casa).
L'altra metà la metti in frigo.
Intanto accendi il fuoco nel camino, legna di ulivo perchè tua madre dice che per fare la brace è migliore della legna di faggio.
Il fuoco arde, la bistecca sta marinando, tu leggi un libro.
Quando la brace ti sembra pronta prendi la bistecca, la metti sulla graticola, metti le erbette marinate sopra la bistecca e fai cuocere per qualche minuto. Ah, dimenticavo, aggiungi il sale ovviamente.
La mangi poco dopo, al sangue.
Hai sempre pensato che la carne al sangue è una schifezza eppure oggi ti sembra buonissima.
Si vede che ne avevi bisogno.
Deve essere che il tuo corpo ne aveva proprio un gran bisogno.
(l'altra metà della bistecca la mangi la sera dopo, stesso procedimento di preparazione e cottura)
Non mi intendo di queste cose, ma deve essere così se ti ritrovi davanti al bancone della macelleria a chiedere una bistecca di vitello.
"Con l'osso" dici e non sai se è una precisazione necessaria perchè le bistecche di vitello di solito le ignori, non ti piacciono, ne stai alla larga, prediligi altro. "Alta almeno due centimetri" aggiungi, altra informazione che non sai se serve.
A casa la tagli a metà perchè mangiarla tutta è un'impresa impossibile per una che ha la taglia trentotto.
Metti a marinare la metà con l'osso nel limone, aggiungi aglio, prezzemolo, erbapepe, rosmarino e un po' (poco) di origano (stai improvvisando, utilizzi gli aromi così come li trovi nell'orto davanti a casa).
L'altra metà la metti in frigo.
Intanto accendi il fuoco nel camino, legna di ulivo perchè tua madre dice che per fare la brace è migliore della legna di faggio.
Il fuoco arde, la bistecca sta marinando, tu leggi un libro.
Quando la brace ti sembra pronta prendi la bistecca, la metti sulla graticola, metti le erbette marinate sopra la bistecca e fai cuocere per qualche minuto. Ah, dimenticavo, aggiungi il sale ovviamente.
La mangi poco dopo, al sangue.
Hai sempre pensato che la carne al sangue è una schifezza eppure oggi ti sembra buonissima.
Si vede che ne avevi bisogno.
Deve essere che il tuo corpo ne aveva proprio un gran bisogno.
(l'altra metà della bistecca la mangi la sera dopo, stesso procedimento di preparazione e cottura)
14 aprile 2010
Il panino della gita (Peperoni fritti con le uova)
Occorrono i peperoni e le uova.
Un peperono rosso e uno verde, così è più bello da vedere.
I peperoni devono essere quelli lunghi, sennò mi dicono che non vengono bene fritti.
Dunque, apri il peperone, gli togli il picciolo e i semi, lo lavi, poi lo tagli a metà, in orizzontale. Ti devono venire due metà alte una decina di centimetri l'una. Ritagli ancora in strisce da mezzo centimetro, più o meno.
Butti in padella dove hai messo a scaldare abbondante olio d'oliva.
Quando i peperoni sono quasi cotti aggiungi un uovo, il sale, e mescoli, roba che le uova devono diventare tipo strapazzate.
Sembra facile, ma non lo è per niente, perchè i peperoni sono insidiosi, ci mettono un attimo a cuocersi troppo o ad assorbire troppo olio e rammollirsi, quindi bisogna prestargli attenzione al peperone mentre cuoce.
Se tutto è andato bene questa specie di frittata strapazzata con i peperoni la mettete dentro al panino (consiglio il pane fatto in casa, un po' integrale), rivestite con chili di carta argentata e mettete il tutto dentro due buste di plastica perchè l'olio ha la tendenza a spandersi per tutto lo zaino.
Alla prima sosta all'autogrill (che se siete partiti alle sei è intorno alle sette e mezza), prima del caffè, il panino con i peperoni fritti con le uova è una bontà, il suo profumo supera i confini dello zaino e della carta argentata e della plastica e si spande per tutto il parcheggio riuscendo a sovrastare il puzzo dei gas di scarico delle automobili.
Poi, se i panini sono due, il secondo ve lo potete mangiare per pranzo, sostando davanti al Colosseo, per dire.
Io una volta in gita sono riuscita a mangiarne uno pure per cena, all'autogrill di ritorno.
Un peperono rosso e uno verde, così è più bello da vedere.
I peperoni devono essere quelli lunghi, sennò mi dicono che non vengono bene fritti.
Dunque, apri il peperone, gli togli il picciolo e i semi, lo lavi, poi lo tagli a metà, in orizzontale. Ti devono venire due metà alte una decina di centimetri l'una. Ritagli ancora in strisce da mezzo centimetro, più o meno.
Butti in padella dove hai messo a scaldare abbondante olio d'oliva.
Quando i peperoni sono quasi cotti aggiungi un uovo, il sale, e mescoli, roba che le uova devono diventare tipo strapazzate.
Sembra facile, ma non lo è per niente, perchè i peperoni sono insidiosi, ci mettono un attimo a cuocersi troppo o ad assorbire troppo olio e rammollirsi, quindi bisogna prestargli attenzione al peperone mentre cuoce.
Se tutto è andato bene questa specie di frittata strapazzata con i peperoni la mettete dentro al panino (consiglio il pane fatto in casa, un po' integrale), rivestite con chili di carta argentata e mettete il tutto dentro due buste di plastica perchè l'olio ha la tendenza a spandersi per tutto lo zaino.
Alla prima sosta all'autogrill (che se siete partiti alle sei è intorno alle sette e mezza), prima del caffè, il panino con i peperoni fritti con le uova è una bontà, il suo profumo supera i confini dello zaino e della carta argentata e della plastica e si spande per tutto il parcheggio riuscendo a sovrastare il puzzo dei gas di scarico delle automobili.
Poi, se i panini sono due, il secondo ve lo potete mangiare per pranzo, sostando davanti al Colosseo, per dire.
Io una volta in gita sono riuscita a mangiarne uno pure per cena, all'autogrill di ritorno.
8 aprile 2010
cavalli e pupe (post che avrei dovuto scrivere a Pasqua)
Stai pensando da giorni a cosa far fare ai tuoi bambini e progetti conigli e uova ma nulla ti convince.
E non ti va proprio di spendere minimo una trentina di euro per comprare il materiale per i regalini (perchè si sappia, il materiale per i regalini di Pasqua e Natale e feste varie io li compro di tasca mia, la scuola non ci passa niente).
Allora pensi che c'è questa bella tradizione delle pupe e dei cavalli dalle tue parti e dici "Perchè no?".
Consulti tua madre e lei è d'accordo e te la porti a scuola un lunedì mattina insieme alla farina, all'olio, alla cartaforno, alle teglie...
E avvisi i bambini che passerai la mattina a parlare in dialetto perchè con tua madre hai una sorta di stupido pudore a parlare in italiano.
Mamma decide che la ricetta giusta è quella dei biscottini senza latte che di solito vanno stesi nelle teglie un po' morbidi, ma i bambini devono tagliare dall'impasto le formine e allora si decide che abbonderemo con la farina.
Gli ingredienti sono questi:
- 6 uova
- 300 gr di zucchero
- 1 bicchiere d'olio
- farina q.b.
- limone grattuggiato
- 1 bustina di lievito
- cacao e confettini colorati per decorare.
Facile, no?
I bambini mescolano mescolano mescolano e si scattano foto (per documentare il lavoro svolto). Le foto verranno tutte mosse e saranno da buttare.
"Per la fatica la faccia mi è diventata rossa come un peperoncino" scriverà una bambina.
Quando mamma ritiene che l'impasto può andare lo stendiamo con il matterello. "Mattarello, maè!". No, matterello, ho controllato sul dizionario.
Poi ritagliamo un pezzo di pasta per ciascun bambino, lo adagiamo sulla cartaforno, ogni pargolo ci appoggia sopra la sua formina di carta (cavallo per i maschi, pupa per le femmina, ma G., che è una femmina, ha voluto il cavallo) e ritaglia, aiutato dalla maestra, con il tagliapizza. "E con attenzione, mae', sennò si appiccica tutto!".
Poi con l'impasto colorato al cacao facciamo collane, capelli, grembiuli, occhi, orecchie, sella, zoccoli... Pioggia di confettini (per qualcuno si è trattato più di una bufera di confettini che di una pioggia) e voilà, le pupe e i cavalli sono pronti.
Mamma se li riporta a casa dove li inforna (180 gradi per una quindicina di minuti).
Sono venuti bellissimi!
"Il mio cavallo è favoloso, non per offendere gli altri, ma il mio cavallo era proprio bellissimo" scriverà G.
Sul sapore non garantisco.
Però se tenete l'impasto più morbido vengono fuori dei biscottini che col caffè, al mattino, sono buoni buoni.
E non ti va proprio di spendere minimo una trentina di euro per comprare il materiale per i regalini (perchè si sappia, il materiale per i regalini di Pasqua e Natale e feste varie io li compro di tasca mia, la scuola non ci passa niente).
Allora pensi che c'è questa bella tradizione delle pupe e dei cavalli dalle tue parti e dici "Perchè no?".
Consulti tua madre e lei è d'accordo e te la porti a scuola un lunedì mattina insieme alla farina, all'olio, alla cartaforno, alle teglie...
E avvisi i bambini che passerai la mattina a parlare in dialetto perchè con tua madre hai una sorta di stupido pudore a parlare in italiano.
Mamma decide che la ricetta giusta è quella dei biscottini senza latte che di solito vanno stesi nelle teglie un po' morbidi, ma i bambini devono tagliare dall'impasto le formine e allora si decide che abbonderemo con la farina.
Gli ingredienti sono questi:
- 6 uova
- 300 gr di zucchero
- 1 bicchiere d'olio
- farina q.b.
- limone grattuggiato
- 1 bustina di lievito
- cacao e confettini colorati per decorare.
Facile, no?
I bambini mescolano mescolano mescolano e si scattano foto (per documentare il lavoro svolto). Le foto verranno tutte mosse e saranno da buttare.
"Per la fatica la faccia mi è diventata rossa come un peperoncino" scriverà una bambina.
Quando mamma ritiene che l'impasto può andare lo stendiamo con il matterello. "Mattarello, maè!". No, matterello, ho controllato sul dizionario.
Poi ritagliamo un pezzo di pasta per ciascun bambino, lo adagiamo sulla cartaforno, ogni pargolo ci appoggia sopra la sua formina di carta (cavallo per i maschi, pupa per le femmina, ma G., che è una femmina, ha voluto il cavallo) e ritaglia, aiutato dalla maestra, con il tagliapizza. "E con attenzione, mae', sennò si appiccica tutto!".
Poi con l'impasto colorato al cacao facciamo collane, capelli, grembiuli, occhi, orecchie, sella, zoccoli... Pioggia di confettini (per qualcuno si è trattato più di una bufera di confettini che di una pioggia) e voilà, le pupe e i cavalli sono pronti.
Mamma se li riporta a casa dove li inforna (180 gradi per una quindicina di minuti).
Sono venuti bellissimi!
"Il mio cavallo è favoloso, non per offendere gli altri, ma il mio cavallo era proprio bellissimo" scriverà G.
Sul sapore non garantisco.
Però se tenete l'impasto più morbido vengono fuori dei biscottini che col caffè, al mattino, sono buoni buoni.
18 febbraio 2010
Dite che ho bisogno d'affetto?
Prima ho dipinto con foga, presa da un raptus creativo o da non so cosa, io di solito non faccio la pittrice, ma ero inquieta e allora ho lavorato per più di un'ora con gli appunti, la colla, i colori acrilici e l'acqua.
Poi ho cenato, baccalà al sugo con le cipolle che aveva fatto mia madre e magari la ricetta me la faccio spiegare un giorno.
Poi ancora ho messo in ordine, più o meno, la stanza.
Ho scritto un po'.
E poi mi è preso che volevo la crema e me la son fatta con due tuorli due, tre cucchiai di zucchero che mi viene sempre poco dolce e allora abbondiamo, due cucchiai scarsi di farina, un bicchiere e mezzo di latte, buccia di limone e cannella.
L'ho mangiata, tutta, mentre chiacchieravo al telefono con un'amico.
Mi sentivo anche piuttosto allegra.
Poi ho cenato, baccalà al sugo con le cipolle che aveva fatto mia madre e magari la ricetta me la faccio spiegare un giorno.
Poi ancora ho messo in ordine, più o meno, la stanza.
Ho scritto un po'.
E poi mi è preso che volevo la crema e me la son fatta con due tuorli due, tre cucchiai di zucchero che mi viene sempre poco dolce e allora abbondiamo, due cucchiai scarsi di farina, un bicchiere e mezzo di latte, buccia di limone e cannella.
L'ho mangiata, tutta, mentre chiacchieravo al telefono con un'amico.
Mi sentivo anche piuttosto allegra.
12 febbraio 2010
Ciai presente?
Virus gastrointestinale.
Perciò riso bollito, un filo d'olio e un pensiero di parmigiano.
Perciò riso bollito, un filo d'olio e un pensiero di parmigiano.
30 gennaio 2010
La ricotta (che poi è pure un film di Pasolini, se non mi sbaglio)
Torno a casa alle sette e mezzo del mattino e fuori ci sono tre gradi sottozero ed ho solo voglia di andare a letto e dormire tutto quello che posso dormire.
Ma mi accorgo che ho saltato la cena la sera prima; mi era venuta una mezza voglia di farmi la carbonara, mi ero fatta pure spiegare come fare - "niente aglio, niente cipolla, niente olio, e non cuocere l'uovo sennò fai una frittata!" - ma poi non avevo fame e poi è arrivata la telefonata di mia zia e sono dovuta andare: c'era la casa da pulire, i mobili da spostare, gli specchi da togliere; c'erano lacrime da asciugare, persone da abbracciare e un morto da vegliare.
Mi ossessiona il pensiero di mangiare, appena dentro casa, so che non prenderò sonno se non mangio qualcosa. Forse è una sorta di affermazione di vita questo urgente e crescente bisogno di mangiare dopo aver passato tante ore accanto ad un morto, mangio, dunque sono vivo, per ora.
Accendo il forno, metto a bruschettare del pane, accendo il fuoco e la tv, rainews24, senza audio. Cerco in frigo qualcosa da mettere sul pane, decido per la ricotta: pane arrostito, un filo d'olio, un po' di sale e la ricotta, come certe merende a casa di mia nonna, da piccola. Che poi, il morbido della ricotta in contrasto con il croccante del pane mi piace da morire e anche il freddo opposto al caldo.
Seduta accanto al fuoco, alle otto di una fredda domenica mattina, mangio pane e ricotta e penso ai vivi. E ai morti.
Ma mi accorgo che ho saltato la cena la sera prima; mi era venuta una mezza voglia di farmi la carbonara, mi ero fatta pure spiegare come fare - "niente aglio, niente cipolla, niente olio, e non cuocere l'uovo sennò fai una frittata!" - ma poi non avevo fame e poi è arrivata la telefonata di mia zia e sono dovuta andare: c'era la casa da pulire, i mobili da spostare, gli specchi da togliere; c'erano lacrime da asciugare, persone da abbracciare e un morto da vegliare.
Mi ossessiona il pensiero di mangiare, appena dentro casa, so che non prenderò sonno se non mangio qualcosa. Forse è una sorta di affermazione di vita questo urgente e crescente bisogno di mangiare dopo aver passato tante ore accanto ad un morto, mangio, dunque sono vivo, per ora.
Accendo il forno, metto a bruschettare del pane, accendo il fuoco e la tv, rainews24, senza audio. Cerco in frigo qualcosa da mettere sul pane, decido per la ricotta: pane arrostito, un filo d'olio, un po' di sale e la ricotta, come certe merende a casa di mia nonna, da piccola. Che poi, il morbido della ricotta in contrasto con il croccante del pane mi piace da morire e anche il freddo opposto al caldo.
Seduta accanto al fuoco, alle otto di una fredda domenica mattina, mangio pane e ricotta e penso ai vivi. E ai morti.
4 gennaio 2010
Se hai un amico che fa il compleanno a capodanno (la mia prima ricetta)
Hai un amico che fa il compleanno proprio il primo gennaio e passerete la notte di capodanno insieme (non insieme tu e lui soltanto, insieme nel senso che siete un gruppo di amici e c'è pure lui).
Che lui fa il compleanno lo sai solo tu e un altro ma dubiti che l'altro abbia pensato alla torta con le candeline per festeggiare il compleanno di D.
Allora ci pensi tu.
Ma non hai nè tempo nè voglia di metterti a fare una torta.
Allora prendi cinque uova, separi i tuorli dagli albumi, gli albumi li butti, i tuorli li metti in una casseruola e li rompi un po' con la paletta di legno.
Aggiungi cinque cucchiai di zucchero e mescoli mescoli mescoli. Teoricamente l'impasto dovrebbe schiarirsi ma vai un po' di fretta, ti si sta facendo tardi, a casa di tua cugina (dove passerai la notte di capodanno) ti aspettano per le sette e ti sembra proprio di non farcela. Perciò mescoli solo un po'.
Aggiungi cinque cucchiai scarsi di farina.
Arimescoli.
Quindi prendi un limone dal frigo, tagli un sottile strato di buccia, lo lavi, lo asciughi perchè ti hanno detto che l'acqua sulla buccia del limone potrebbe far impazzire la crema, butti il pezzo di buccia di limone nell'impasto.
Prendi una stecca di cannella e butti pure quella nell'impasto.
Aggiungi poco meno di mezzo litro di latte, amalgami il tutto, e metti la casseruola sul fuoco, un fuoco non troppo lento e neanche troppo vivace, moderato direi.
Mescoli senza fermarti mai.
Ad un certo punto la crema, cuocendo, formerà dei bozzi. Ti verrà il panico per qualche attimo, ma sei fiduciosa e sai che passata la crisi tutto andrà bene.
Quando la crema bolle da qualche minuto e la consistenza di sembra buona, togli dal fuoco.
Lasciala raffreddare ma ogni tanto arimescola perchè sennò si forma un'antipatica pellicola sulla superficie.
Intanto prendi il pandoro.
Il pandoro non ti piace molto ma ora quello hai a disposizione (hai anche un parrozzo e un panettone ma il pandoro fra i tre ti sembra il più adatto). Taglia dal pandoro tre fette orizzontali, in modo che ti vengano fuori tre stelle alte più o meno un paio di centimetri.
Ah, dimenticavo, prima di tagliare il pandoro hai messo la panna a montare nello sbattitore e quella sta lì che si sta montando.
Ora, mentre aspetti che la crema si raffreddi un altro po', vai a truccarti, per portarti avanti sulla tabella di marcia.
Quando torni in cucina prendi la crema, togli la buccia di limone, togli la cannella, ripulisci con la lingua la crema che è rimasta attaccata alla cannella e al limone e ti accorgi, drammaticamente, che la crema che hai fatto non è per niente dolce.
Panico.
Aggiungi un po' di panna alla crema, mescoli con lo sbattitore, assaggi di nuovo, per niente dolce.
Panico, di nuovo.
Idea!
Prendi lo zucchero a velo del pandoro, ne aggiungi un po' alla crema, aggiungi un altro po' di panna, mescoli con lo sbattitore, mescoli un bel po' perchè ti sembra che i granelli dello zucchero a velo si vedano ancora.
Quando il tutto ha un aspetto decente, assaggi.
Ora che la crema sa di crema la spalmi sulla prima fetta di pandoro che nel frattempo avevi adagiato sul piatto e avevi bagnato un po', giusto un po', con del vermouth.
Altra fetta di pandoro, spruzzata di gocce di vermouth, crema, abbondante, ultima fetta di pandoro a chiudere.
Nevicata di zucchero a velo sulla stella, pioggia di palline argentate di quelle con cui si decorano i dolci.
(La crema che è avanzata la metti in frigo che domani prevedi di utilizzarla per un'altra cosa).
A mezzanotte e dieci, dopo aver finito di brindare e di sbaciucchiare gli amici, fate spegnere le luci e uscite dalla cucina con la vostra stella infilzata di quei bastoncini che quando li accendi fanno una specie di fuoco di artificio (ce l'avranno un nome ma credo di non saperlo). Se poi il padrone di casa ha scelto come colonna sonora del momento una versione molto jazz di "Oh happy day", se avete addosso un paio di scarpe con i tacchi ed un vestito di seta favolosi, se non avete ancora smaltito il bicchiere di amarone che vi hanno servito all'aperitivo e avete ancora quell'aria svagata e leggera, il figurone è assicurato.
(Va bene, Domenico, lo so che questa scena delle candeline a mezzanotte te l'avranno propinata ad ogni capodanno della tua vita, ma mica è colpa mia se sei nato il primo gennaio!)
P.S.: io il dolce poi non l'ho mangiato, ma mi hanno detto che era buono. Ah! Prima di servirlo l'ho fatto scaldare un po' in forno perchè da qualche parte ho sentito che il pandoro è più buono se fatto scaldare un po'.
Che lui fa il compleanno lo sai solo tu e un altro ma dubiti che l'altro abbia pensato alla torta con le candeline per festeggiare il compleanno di D.
Allora ci pensi tu.
Ma non hai nè tempo nè voglia di metterti a fare una torta.
Allora prendi cinque uova, separi i tuorli dagli albumi, gli albumi li butti, i tuorli li metti in una casseruola e li rompi un po' con la paletta di legno.
Aggiungi cinque cucchiai di zucchero e mescoli mescoli mescoli. Teoricamente l'impasto dovrebbe schiarirsi ma vai un po' di fretta, ti si sta facendo tardi, a casa di tua cugina (dove passerai la notte di capodanno) ti aspettano per le sette e ti sembra proprio di non farcela. Perciò mescoli solo un po'.
Aggiungi cinque cucchiai scarsi di farina.
Arimescoli.
Quindi prendi un limone dal frigo, tagli un sottile strato di buccia, lo lavi, lo asciughi perchè ti hanno detto che l'acqua sulla buccia del limone potrebbe far impazzire la crema, butti il pezzo di buccia di limone nell'impasto.
Prendi una stecca di cannella e butti pure quella nell'impasto.
Aggiungi poco meno di mezzo litro di latte, amalgami il tutto, e metti la casseruola sul fuoco, un fuoco non troppo lento e neanche troppo vivace, moderato direi.
Mescoli senza fermarti mai.
Ad un certo punto la crema, cuocendo, formerà dei bozzi. Ti verrà il panico per qualche attimo, ma sei fiduciosa e sai che passata la crisi tutto andrà bene.
Quando la crema bolle da qualche minuto e la consistenza di sembra buona, togli dal fuoco.
Lasciala raffreddare ma ogni tanto arimescola perchè sennò si forma un'antipatica pellicola sulla superficie.
Intanto prendi il pandoro.
Il pandoro non ti piace molto ma ora quello hai a disposizione (hai anche un parrozzo e un panettone ma il pandoro fra i tre ti sembra il più adatto). Taglia dal pandoro tre fette orizzontali, in modo che ti vengano fuori tre stelle alte più o meno un paio di centimetri.
Ah, dimenticavo, prima di tagliare il pandoro hai messo la panna a montare nello sbattitore e quella sta lì che si sta montando.
Ora, mentre aspetti che la crema si raffreddi un altro po', vai a truccarti, per portarti avanti sulla tabella di marcia.
Quando torni in cucina prendi la crema, togli la buccia di limone, togli la cannella, ripulisci con la lingua la crema che è rimasta attaccata alla cannella e al limone e ti accorgi, drammaticamente, che la crema che hai fatto non è per niente dolce.
Panico.
Aggiungi un po' di panna alla crema, mescoli con lo sbattitore, assaggi di nuovo, per niente dolce.
Panico, di nuovo.
Idea!
Prendi lo zucchero a velo del pandoro, ne aggiungi un po' alla crema, aggiungi un altro po' di panna, mescoli con lo sbattitore, mescoli un bel po' perchè ti sembra che i granelli dello zucchero a velo si vedano ancora.
Quando il tutto ha un aspetto decente, assaggi.
Ora che la crema sa di crema la spalmi sulla prima fetta di pandoro che nel frattempo avevi adagiato sul piatto e avevi bagnato un po', giusto un po', con del vermouth.
Altra fetta di pandoro, spruzzata di gocce di vermouth, crema, abbondante, ultima fetta di pandoro a chiudere.
Nevicata di zucchero a velo sulla stella, pioggia di palline argentate di quelle con cui si decorano i dolci.
(La crema che è avanzata la metti in frigo che domani prevedi di utilizzarla per un'altra cosa).
A mezzanotte e dieci, dopo aver finito di brindare e di sbaciucchiare gli amici, fate spegnere le luci e uscite dalla cucina con la vostra stella infilzata di quei bastoncini che quando li accendi fanno una specie di fuoco di artificio (ce l'avranno un nome ma credo di non saperlo). Se poi il padrone di casa ha scelto come colonna sonora del momento una versione molto jazz di "Oh happy day", se avete addosso un paio di scarpe con i tacchi ed un vestito di seta favolosi, se non avete ancora smaltito il bicchiere di amarone che vi hanno servito all'aperitivo e avete ancora quell'aria svagata e leggera, il figurone è assicurato.
(Va bene, Domenico, lo so che questa scena delle candeline a mezzanotte te l'avranno propinata ad ogni capodanno della tua vita, ma mica è colpa mia se sei nato il primo gennaio!)
P.S.: io il dolce poi non l'ho mangiato, ma mi hanno detto che era buono. Ah! Prima di servirlo l'ho fatto scaldare un po' in forno perchè da qualche parte ho sentito che il pandoro è più buono se fatto scaldare un po'.
Iscriviti a:
Post (Atom)