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23 novembre 2010

nomen omen, carpe diem, save the date

con il dizionario T1 (si chiama così?) del mio cellulare, se scrivo anolini, viene fuori cooking.
certe cose sono segni del destino.

11 novembre 2010

Ok, ci riprovo

Pensavo di aver pubblicato un post in cui dicevo del timballo, il timballo abruzzese.
Ma non capisco dove si è perso.
Quindi lo riscrivo.
E' che ho fatto il compleanno, un compleanno palindromo, e bisognava festeggiare, quando mi ricapita un compleanno palindromo?
Ho invitato un po' di gente ed ho deciso di fare una cosa semplice, il timballo.
"Il timballo non è semplice!" ha detto mia madre.
Ma io non le ho dato retta. Del timballo mi piaceva l'idea che lo metti in forno e quello se ne sta lì a cuocere per un'ora poco più, da solo, mentre tu fai altro, che so, apparecchi la tavola, decori il camino con delle zucche e delle foglie di vite, pulisci il bagno... e quando arrivano gli ospiti lo tagli e lo metti nei piatti e ti siedi con gli altri a mangiare e chiacchierare.
"Comincia presto!" ha detto mia madre "A fare il timballo ci vuole tempo! Comincia a fare il sugo, subito!". Mi sembrava esagerata, mia madre, erano le due del pomeriggio, diciamo che ho aspettato le tre ed ho messo a fare il sugo, il sugo importante, quello con la carne, che deve sobbollire un paio d'ore e schizzare il gas e le piastrelle della cucina.
Alle quattro ho messo a cuocere la carne macinata (soffriggi un po' di cipolla, sedano, carote, butti la carne macinata, poi un po' di vino bianco, infine un po' di sugo, giusto per tingerla un po', la carne).
Nel frattempo ho pulito la cucina - che essendo trenta mq di cucina richiede un po' di tempo.
Alle cinque e mezzo ho cominciato a preparare la sfoglia, ho impastato con queste mie manine d'oro cinque uova di pasta, l'ho tirata con la macchinetta, è stata un'impresa, cazzo!, ci ho impiegato un'ora e qualcosa.
Poi ho tagliato le mozzarelle, grattato il parmigiano, messo a bollire l'acqua.
Alle sette ho cominciato ad assemblare il tutto.
Alle sette e mezzo mi chiama una delle invitate per dirmi che stavano partendo ed in mezz'ora sarebbero stati a casa mia. Non ho detto niente ma ha capito che era meglio se arrivavano alle nove.
Alle otto il timballo era in forno.
Alle nove e mezza faceva la sua bellissima figura dentro i piatti dei miei amici e tutti mi hanno detto che era una capolavoro di timballo - ed era effettivamente buonissimo.
Alle dieci, dopo aver servito il secondo - costatine di maiale al forno con le patate, mi sembrava facile pure quello - sono crollata sul divano.
Alle undici dormivo mentre i miei ospiti mangiavano il dolce che per fortuna aveva fatto mia madre.
Loro, fra una chiacchiera e l'altra, sono andati avanti fino alle due.
Il timballo lo rifaccio, se lo rifaccio, quando compio cinquant'anni.

21 ottobre 2010

la ricetta a strati invertiti

quando le ho provate, a casa di un collega che conoscevo appena, erano perfette. il collega, non sospettando che la mia attenzione era già stata sufficiente, mi passò la ricetta. come molti ingegneri, il collega ha dei processi mentali precisi, immodificabili ma tutti suoi. come si può pensare di elencare gli ingredienti dall'alto in basso? pinoli, lardo, lasagna, chévre, lardo, crema di castagne, lasagna, chévre, lardo, crema di castagne, lasagna.
per distinguermi da tanta complessità mentale, e non confondermi con un ingegnere, dovevo cambiare qualcosa. oltre a ribaltare l'elenco dal basso in alto, ho provato con le lasagne fatte con il grano saraceno, e con una granella di noci e pinoli al posto dei soli pinoli.

ah, nella salsina di spinacini frullati con un po' di olio, la prossima volta devo ricordare di metterci il sale!


p.s. ecco le foto della cena del forno!

24 settembre 2009

mani grandi. mani senza fine.

adesso si incazza e non mi parla più. sicuro. fine delle erre mosce. fine di tutto.
(però due mani così... creano delle espettative. non vorrei dire...)



mani grandi

5 settembre 2009

le mani in pasta

il modo migliore per trovare una ricetta è cercarne un'altra. che insomma la pasta era il pretesto, quello che contava era impastare. impastare è meglio che toccare le tette, diceva uno. faceva caldo, non era il caso di mettere il ragù sulle tagliatelle. e nemmeno i funghi, o la solita schifezza pannaprosciuttopiselli, che non se ne può più (almeno quanto dei gamberetti con le zucchine). allora andarono a fare la spesa con l'idea di trovare dei filetti di pescetti, tipo triglia o simili e vedere come sarebbero stati con le tagliatelle impastate, tirate e tagliate a mano, e l'intima convinzione di non arrivare nemmeno a scolare la pasta.
presi dal dubbio davanti a un banco del pesce ancora in vacanza, privo di triglie e pieno di ciuffi di calamari congelati nel pacifico e scongelati alla sma, l'occhio gli cadde su una vaschetta di fiori di zucca. proviamo, si dissero.
data per scontata la preparazione delle tagliatelle e i relativi risvolti non culinari, il problema era cosa inventare con i fiori di zucca. la sorpresa fu che attaccati ai fiori c'erano delle piccole zucchine. lui le tagliò alla julienne, lei schiacciò col palmo della mano uno spicchio d'aglio e lo fece soffriggere. poi misero le zucchine a saltare nell'olio caldo, giusto per insaporirle e ammorbidirle. quando lei buttò la pasta nell'acqua bollente insieme a una bustina di zafferano, lui aggiunse i fiori, tagliati a striscioline, alle zucchine. le tagliatelle ci misero un attimo a cuocere, fresche com'erano. lui le fece saltare in padella con gesti rapidi del polso, e aggiungendo una manciata di rucola, tagliata fine.
le misero nei piatti con una spolverata di scaglie di mandorla, sorpresi che il piatto fosse così all'altezza del piacere della sua preparazione.