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29 gennaio 2013

Ricetta dolorosa

Sei a casa con il tuo bel virus intestinale e il riso in bianco non solo ti fa comunque venire i crampi allo stomaco ma ti rattrista anche e allora decidi che - male per male - tanto vale cucinarsi qualcosa di buono per l'umore.
Gli involtini di vitello con topinambur e formaggio, cotti al forno con un po' di burro e vino in effetti ti rallegrano l'olfatto e la vista e pensi di aver fatto la cosa giusta - molto giusta, molto buona - fino a che le fitte che ti prendono non ti lasciano senza fiato.
Mi sa che torno al riso bollito.

14 giugno 2010

Dei bisogni

Deve essere che il corpo lo sa da sè di cosa ha bisogno.
Non mi intendo di queste cose, ma deve essere così se ti ritrovi davanti al bancone della macelleria a chiedere una  bistecca di vitello.
"Con l'osso" dici e non sai se è una precisazione necessaria perchè le bistecche di vitello di solito le ignori, non ti piacciono, ne stai alla larga, prediligi altro. "Alta almeno due centimetri" aggiungi, altra informazione che non sai se serve.
A casa la tagli a metà perchè mangiarla tutta è un'impresa impossibile per una che ha la taglia trentotto.
Metti a marinare la metà con l'osso nel limone, aggiungi aglio, prezzemolo, erbapepe, rosmarino e un po' (poco) di origano (stai improvvisando, utilizzi gli aromi così come li trovi nell'orto davanti a casa).
L'altra metà la metti in frigo.
Intanto accendi il fuoco nel camino, legna di ulivo perchè tua madre dice che per fare la brace è migliore della legna di faggio.
Il fuoco arde, la bistecca sta marinando, tu leggi un libro.
Quando la brace ti sembra pronta prendi la bistecca, la metti sulla graticola, metti le erbette marinate sopra la bistecca e fai cuocere per qualche minuto. Ah, dimenticavo, aggiungi il sale ovviamente.
La mangi poco dopo, al sangue.
Hai sempre pensato che la carne al sangue  è una schifezza eppure oggi ti sembra buonissima.
Si vede che ne avevi bisogno.
Deve essere che il tuo corpo ne  aveva proprio un gran bisogno.

(l'altra metà della bistecca la mangi la sera dopo, stesso procedimento di preparazione e cottura)

13 dicembre 2009

il segreto dei carciofi

i genovesi, si sa, non buttano via niente. il resto d'italia non capisce e pensa che siano tirchi, in realtà si ricordano della fatica fatta per guadagnare ogni lira. che poi lì dicono ancora franchi, anche se ormai sono euro.
l'unica cosa che buttano in abbondanza sono le foglie dei carciofi. perché il carciofo inganna tutt'italia ma non la liguria: si vende a pezzo e non a peso, quindi verrebbe da scegliere i più grossi: il genovese sceglie i più piccoli, perché lo sa che sono che sono quelli più compatti, più lontani dalla fioritura, senza ancora quella fastidiosa peluria al posto del cuore. non contenti di avere poco carciofo allo stesso prezzo a cui un milanese ne compra uno enorme, ne buttano via un sacco: partono a sfogliare manco fosse una margherita, si fermano solo quando le foglie rimaste sono un bel verdino pallido tenero, che potresti mangiarle anche crude. con lo spelacchino spellano anche il gambo (no, quello non lo buttano, almeno fino a tre dita dal carciofo è buonissimo). poi con un taglio netto recidono le punte, tutte insieme: ma non solo le punte, un bel pezzo, quasi tagliano il carciofo a metà.
quello che resta, insomma, è il cuore. molto, ma molto meno di quello che all'esselunga ti vendono per carciofo già pulito. guardate un genovese pulire un carciofo e vi piangerà il cuore.
però mangiate un carciofo pulito così, e sarà un'altra cosa. per esempio facendo soffriggere dei bocconcini di vitello in olio e cipolla, finché non son belli dorati, poi mettendoci i cuori di carciofo tagliati in quattro, un pugno di pinoli, e una patata a pezzi. dado o sale a seconda dei gusti, coprite e fate andare.
se avrete a tiro una milanese che dice che non le sono mai piaciuti i carciofi, capirà che è solo perché non aveva mai assaggiato quelli puliti da un genovese. e poi non dite che siamo tirchi.